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17 gennaio 2021 - Badia FiorentinaFr. Antoine-Emmanuel


II Domenica del T.O. (B)

1 Sam 3,3..19 – 1 Co 6,13..20 – Gv 1,35-42


La meditazione sulle letture odierne

mi ha suggerito l’immagine del telaio, dell’arte del tessitore:

un'arte bellissima che sa far uso di tanti fili, di colori diversi,

intrecciandoli, lavorandoli, incrociandoli…

e viene fuori un capolavoro.


Credo che Dio sia un grande tessitore.

A poco a poco, con un’arte fatta di grande destrezza e creatività,

ci tesse, ci unisce, ci fa diventare il capolavoro che sogna.

Ci fa diventare una cosa sola, un unico corpo,

in cui riceviamo tanto gli uni dagli altri,

o meglio riceviamo Dio gli uni dagli altri.


Lo si vede già nella prima lettura.

Essa ci parla del giovane Samuele,

che abitava nel Tempio,

anzi “dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio.” (1Sam 3,3)

Eppure, “Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore,

né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore.” (1 Sam 3,7)

Perché va ricordato che si può abitare nel Tempio,

senza tuttavia aver conosciuto il Signore…

Si può andare a messa tutti i giorni,

senza però aver ancora conosciuto il Signore.

Cosa avrebbe permesso a Samuele di “conoscere il Signore”?

La voce di Dio nell’intimo del cuore?

Sì… però non bastò.

Ci voleva un fratello, ci voleva il sacerdote Elia.

Ci voleva un fratello che ascoltasse Samuele,

e insegnasse a lui l’arte dell’ascolto.

Un ascolto che non è naturale per noi:

"Parla, perché il tuo servo ti ascolta" (1Sam 3,10)

Un ascolto che è un mettersi a disposizione.

Allora puoi conoscere Dio…

Ma ci voleva un fratello…


Fu lo stesso per Andrea.

Ebbe bisogno di Giovanni Battista per conoscere Gesù

e andare, fino a dimorare in Gesù.

Oggi, Giovanni «fissa lo sguardo» su Gesù.

Il verbo greco emblépsas “indica l’atto di guardare dentro,

quasi penetrando nell’intimo dell’animo dell’osservato.”

E dice: “Ecco l’Agnello di Dio!” (Gv 1,36).

Ecco, cioè, la vittima per il sacrificio.

Come se Giovanni dicesse: “Ecco Colui che sta per soffrire”

per ristabilirci in comunione con Dio, in Dio.

E lui è l’Agnello “di Dio”, cioè dato da Dio, inviato da Dio.

Allora, Andrea e il suo compagno, seguirono Gesù,

e vollero sapere: "Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?" (Gv 1,38).

E Gesù rispose loro invitandoli ad incamminarsi: "Venite e vedrete”.

Mi conoscerete, saprete dove dimoro venendo con me, seguendo me…

E seguirono Gesù!

Cominciò un processo, un itinerario, che doveva portarli a “dimorare con Gesù”:

“Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui” (Gv 1,39)..

E questo fino a dimorare in Gesù…

Ma fu necessario il ministero di Giovanni Battista…


E cosa fece Andrea? Subito cercò Simone, suo fratello,

il cui nome significa “docile nell’ascolto”,

e lo portò a Gesù.

Cosi si tesse il Popolo di Dio!

Gesù lo guarda intensamente, e gli dà un nome nuovo,

che vuole dire che gli da un’identità nuova, lo ri-crea, fa nuova la sua vita:

"Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa" - che significa Pietro.”(Gv 1,42)

… che significa “roccia”.

Tu sarai la pietra contro la quale si scateneranno le forze del male,

ma non prevarranno mai,

per grazia mia, perché effonderò in te un carisma di fede.

E questo resta validissimo anche oggi.

Può succedere di tutto al papa,

ma ci sarà sempre un successore di Pietro, come sognò don Bosco.


Se leggessimo il seguito del Vangelo di Giovanni,

vedremmo che la stessa storia si ripete:

grazie a Filippo, Natanaele incontrò Gesù…

E così Dio tesse il Suo Popolo, la Sua Chiesa, tesse l’umanità in vista del Cielo…

Ricordatevi del Capitolo 21 di Giovanni:

“Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci.

E benché fossero tanti, la rete non si squarciò.” (Gv 21,11)

Ecco l’opera di Dio: farci diventare una cosa sola, radunarci

come in una rete che ci tira fuori delle acque della morte e non si squarcia.


È il sogno di Dio: “Ascolteranno la mia voce, dice Gesù,

e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.” (Gv 10,16)

Al punto che Gesù ha dato la propria vita appunto

“per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.” (Gv 11,52)

E' l’Agnello per fare di noi una cosa sola, per portarci nell’unità…

E ciascuno di noi è chiamato ad essere strumento di questo disegno.

Possiamo essere un Elia, un Giovanni, un Andrea, un Filippo,

così che un Samuele, un Andrea, un Simone, un Natanaele

entri nella bellezza del capolavoro di Dio…

Ma bisogna essere anche noi “Agnello”…


Infatti vi è una condizione necessaria perché serviamo veramente il tessitore divino,

quella che Paolo ci indica nella seconda lettura.


Paolo scrive alla comunità di Corinto,

dove c'era, anche nella comunità, un’incomprensione della sessualità.

Al punto che deve spiegare con grande chiarezza:

“I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi”? Sì !

Ma “il corpo non è per la porneia”,

cioè per un uso egoistico a fine di piacere,

di rilassamento emotivo, e, peggio, di dominio sull’altro…

Non vivete la sessualità come si vive il mangiare per il proprio benessere!

E Paolo è audace… ai Corinzi che fino a poco prima vivevano una vita pagana dice:

“Il corpo è per il Signore, e il Signore è per il corpo”... (1 Cor 6,13)

La sessualità esprime in te l’amore, il dono di te stesso,

e questo è molto grande, è santo, è divino!

Non farne un oggetto di consumo,

e non fare dell’altro un oggetto di consumo…

“Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi?

Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi.

Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1Cor 6,19-20)


Paolo ci insegna, in questo capitolo sesto della prima lettera ai Corinzi,

una realtà preziosissima che noi chiamiamo “castità”.

La castità è l’arte di amare senza mai impossessarsi dell’altro.

Riguarda certo la sessualità, ma è ben più ampia che la sola sessualità.

Riguarda il nostro rapporto con gli altri, con le cose, ma innanzitutto con Dio stesso.


Nella sua bellissima lettera apostolica su San Giuseppe,

Papa Francesco scrive:

“La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita.

Solo quando un amore è casto, è veramente amore.

L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso,

imprigiona, soffoca, rende infelici.

Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto,

lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui.

La logica dell’amore è sempre una logica di libertà,

e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera.

Non ha mai messo sé stesso al centro.

Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù.” (Patris Corde, n.7)


La castità fa sì che le nostre relazioni possano condurre gli altri a Gesù, a Dio.


Elia fu – in quel momento – casto nei confronti di Samuele.

Non disse a Samuele: “Dio ti dice che…”,

ma: “...tu dirai a Dio: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta" (1Sam 3,10).


Giovanni Battista fu casto nei confronti di Andrea e del suo compagno,

al punto di dire che la sua gioia piena era portare le persone a Gesù Sposo e ritirarsi.

“Lui – Gesù - deve crescere; io, invece, diminuire". (Gv 3,30)


Andrea fu casto nel suo rapportarsi a Pietro:

Gli parlò di Gesù, lo condusse a Gesù,

e poi lasciò Gesù rivelarsi a Pietro…(Gv 1,41-42)


E così, in tutti questi incontri interpersonali, Dio poté manifestarsi.

La castità è l’arte di lasciare il posto a Dio nelle nostre relazioni.

Non cerchiamo il potere sugli altri,

rinunciamo a voler dominare,

allora Dio potrà manifestarsi e fare il suo “lavoro” di tessitore dell’eterna comunione.


È importante tenere presenti questi incontri a due, a tre, in questo momento di pandemia.

Non è il tempo delle grandi assemblee, delle GMG…

È il tempo della Chiesa domestica…

E' necessaria questa disponibilità interiore, unita alla castità del cuore,

per trasmettere, per condividere la gioia del Vangelo,

a tu per tu, a due, a tre persone…


Non è il momento di tirare i remi in barca

e di aspettare che la pandemia sia finita.

Sarebbe come dire, in tempo di guerra:

“Ci sono tanti feriti, ma li lasciamo lì

ed aspettiamo la fine della guerra, per costruire degli ospedali per loro…”


L’urgenza oggi è sanitaria, ma è anche spirituale…

È in corso un grande combattimento spirituale,

di cui il Signore è già vincitore,

ma ci chiede di essere strumenti e portatori della Sua vittoria

perché nessuno si perda.


Domani comincerà la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani…

Il sussidio che useremo è stato preparato dalle monache

del monastero ecumenico di Grandchamp in Svizzera.

Nell’introduzione, vi si legge una riflessione di Madre Geneviève,

la prima Madre di questa Comunità, del 1938:


“Viviamo in un’epoca che è allo stesso tempo problematica e magnifica,

un’epoca pericolosa in cui nulla protegge l’anima,

in cui i traguardi rapidi e pienamente umani sembrano spazzar via gli esseri umani...

e io penso che la nostra civiltà troverà la morte in questa follia collettiva di rumore e di velocità,

in cui nessun essere può pensare...

noi cristiani, che conosciamo il pieno valore della vita spirituale,

abbiamo una responsabilità enorme e dobbiamo rendercene conto, unirci e aiutarci vicendevolmente

per creare forze di pace e rifugi di serenità,

centri vitali dove il silenzio della gente richiama la parola creatrice di Dio.

È una questione di vita o di morte”.

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